28/02/12

BAMBINI PRECOCI

Molte mamme mi chiedono se possono utilizzare il mio libro per insegnare a leggere a bambini con meno di 6 anni.
In questo caso, e solo se è desiderio del bambino, consiglio sempre un approccio "leggero" rispettando i tempi e seguendo solo la parte relativa alla lettura. Il bambino può giocare con le lettere scritte su cartoncini, può ascoltare, raccontare e colorare le storie, può leggere le parole e le frasi. Se vuole scrivere qualche parola o il suo nome, bisogna stare attenti alla corretta direzionalità.
Tutto questo va bene sempre e solo se avviene come un gioco e su esplicita richiesta.
Attenzione però: se il bambino impara a leggere non vuol dire che sia pronto a frequentare una classe prima.
Mi dichiaro apertamente contraria all'inserimento di bambini anticipatari per vari motivi.
Penso che mettendo sotto sforzo un bambino piccolo non necessariamente migliorerà le sue prestazioni da grande.
Occorre, inoltre, considerare che questa scelta sarà per tutto il periodo scolastico, dalla primaria all'università. Crescendo si ritroverà sempre a confrontarsi con ragazzi più grandi: i suoi amici avranno la patente e lui dovrà attendere; a 11 anni si pretende che i bambini sappiano astrarre il pensiero, lui ne avrà 10 e i professori non guarderanno l'età, idem per quando studierà filosofia...insomma si rischia di farlo sentire più piccolo e magari inadeguato. Il percorso scolastico ed emotivo di un bambino può essere fortemente influenzato da questa scelta: è possibile che in prima tale bambino si trovi benissimo, ma chi ci dice che il suo sviluppo futuro continuerà con questo ritmo? E' necessario considerare anche che vorrà frequentare uno sport con i suoi amici di classe, riuscirà a vincere qualche gara? Sarà tra i più bravi o riuscirà, con fatica, a correre dietro agli altri?
Diventerà un bambino con una buona autostima?

A vostro figlio insegnate pure a leggere ma dategli l'opportunità di vivere i suoi anni nella scuola d'infanzia con calma: le maestre sanno come premiare i bambini precoci, gli daranno stimoli adeguati, piccoli incarichi, oppure dei libricini da leggere.
E lasciatelo pure annoiare, osservando il mondo circostante svilupperà la fantasia e la creatività.
Nel tempo libero si potrà dedicare a qualche hobby: musica, sport, disegno... Ci sono tante cose da fare!
Cordiali saluti e... buona lettura!
Manuela Duca

Cosa dicono gli esperti  (dal documento della CISL http://www.cislscuola.it/uploads/media/anticipo_01.pdf))

“Sa leggere, scrivere e….usa l’Ipad…quindi è pronto!”

In Inghilterra, dove l’obbligo inizia a cinque anni, il Cambridge primary Review Group ha pubblicato nel 2009 il Rapporto finale sull’istruzione primaria, Children, their World, their Education: final report and recommendations of the Cambridge Primary Review.
Il Rapporto osserva che in Inghilterra gli alunni sono costretti a lasciare prematuramente esperienze di apprendimento mediate dal gioco, sostituite dall’approccio ad un curricolo formale e fondato sulle discipline. Sarebbe invece più opportuno, si afferma, offrire giochi strutturati ed interazioni non formalizzate con adulti significativi. Le evidenze di ricerca dimostrano che l’anticipo della scolarità primaria può creare difficoltà soprattutto ai ragazzi in situazione di svantaggio sociale e a coloro che hanno bisogni educativi speciali.
Non tutti gli alunni riescono a conseguire gli obiettivi che sono loro proposti nel primo anno di scuola primaria e questo contribuisce a minare la loro fiducia in se stessi. 

La Sauder School of Business at the University of British Coluumbia ha realizzato una ricerca (http://news.ubc.ca/2012/10/23/summer-babies-less-likely-to-be-ceos-ubc- research/) secondo la quale “i bambini più grandi, nella stessa classe, tendono ad andare meglio dei più piccoli, che sono meno sviluppati a livello intellettuale". I ricercatori si dicono dunque convinti del fatto che mandare i figli a scuola troppo precocemente potrebbe compromettere il loro successo personale, non solo nell'infanzia, ma per tutta la vita

Secondo Anna Oliverio Ferraris, docente di psicologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma, la questione non riguarda tanto le capacità cognitive del bambino, il fatto per esempio che sappia già leggere e scrivere, quanto la maturità emotiva e affettiva. “Bisogna considerare, infatti, tutti gli aspetti della personalità. Un bimbo di cinque anni e mezzo può essere intelligentissimo ma non riuscire a star fermo e a concentrarsi per i tempi richiesti attualmente dalla scuola elementare. Personalmente, non sono per l’accelerazione a tutti i costi, perché sono convinta che i bambini imparino molto di più se vengono rispettati i loro tempi, i loro ritmi, i loro reali bisogni. I tempi di concentrazione, per esempio, aumentano via via che si cresce, quindi chi è più grande, anche solo di sei-otto mesi, riesce a portare a termine un compito con minore fatica e ha un controllo maggiore dell’emotività”. In sostanza, perché imporre al bambino qualcosa che non corrisponde al suo stadio di sviluppo, mettendolo di fronte a richieste per le quali potrebbe sentirsi inadeguato? La “smania di guadagnare tempo - aggiunge inoltre la psicologa - può farci perdere di vista ciò che già raccomandava il filosofo e pedagogista Jean-Jacques Rousseau, quando sottolineava l’importanza del perdere tempo. Perché il tempo che il bambino ha a disposizione per giocare e muoversi liberamente è un tempo utile e necessario per crescere e apprendere. Il bambino, infatti, ha bisogno di spazi di libertà, sia fisica sia intellettuale, per sviluppare sicurezza di sé, scoprire, immaginare e socializzare con i suoi pari”.
L’Importanza del gioco tra pari

Anna Maria Bondioli, docente di pedagogia generale e sociale all’Università di Pavia, sottolinea  noltre che le capacità di studio e di apprendimento non dipendono solo dallo sviluppo cognitivo e intellettuale, ma anche dalle competenze emotive e sociali. E a tal proposito, ricorda di non  sottovalutare l’importanza del gioco. “Il gioco - afferma - è un bisogno primario, ineludibile, fondamentale del bambino. È lo spazio attraverso il quale, dai tre ai sei anni, i bambini costruiscono significati condivisi è la loro cultura: la cultura dei pari. La scuola primaria non sempre è in  continuità con la scuola dell’infanzia, raramente è scuola del gioco. La preoccupazione per l’acculturazione è spesso maggiore rispetto a quella per la socializzazione e l’interazione tra bambini. E questo può richiedere ai bambini un notevole sforzo di adattamento”. “Non basta infatti che il bambino manifesti un forte desiderio di imparare per ritenere che l'anticipo possa essere proficuo”. Bisogna valutare, per esempio, se è capace di relazionarsi con gli altri in maniera cooperativa, sia
con gli adulti sia con i coetanei, o se è in grado di portare a termine un compito, senza cedere sotto il peso di minime frustrazioni in caso di difficoltà.
Ma i più acerrimi nemici dell’anticipo sono gli steineriani. La regola delle loro scuole è di iniziare tra i sei e i sette anni, quando maestri e medico riscontrano alcune caratteristiche nel bambino, dalla crescita degli arti alla caduta dei denti da latte. “Solo a quel punto si può affrontare un cammino al di fuori della famiglia”. E del resto, dice Andrea Scicchitani della scuola milanese steineriana: “in Finlandia, primo Paese nella classifica Ocse, si comincia il percorso didattico a sette anni”.
La pedagogia Steiner-Waldorf riconosce tre fondamentali fasi di sviluppo, o settenni, nelle quali l'educatore ricopre, pur in maniera differenziata, un ruolo fondamentale: dalla nascita a 7 anni, il periodo prescolastico; da 7 a 14 anni, quello del ciclo di base (classi I-VIII); da 14 a 21 anni, quello principalmente della scuola superiore. Ognuna di queste fasi presenta significative e specifiche caratteristiche nella maturazione fisica, psicologica e spirituale dell'essere umano.
A circa sette anni, alcune delle forze che erano attive alla formazione degli organi, diventano gradualmente superflue per le loro funzioni organiche. Sono perciò disponibili per aiutare la comparsa di una vita interiore individuale e particolarmente per supportare il processo di formazione di immagini mentali, di costituzione della memoria e di creazione delle forze autonome di fantasia, fattori tutti essenziali all'apprendimento.
Nel I settennio il bambino impara principalmente attraverso l'imitazione ed il gioco; assorbe e fa proprie le esperienze fatte in modo inconscio, non essendo ancora in grado di discriminare e di difendersi: sensazioni, stimoli di varia natura, parole, penetrano nella sua interiorità, plasmandolo fin nel suo intimo. Ciò che educa e forma il bambino, lasciando una profonda traccia nel suo linguaggio, nei suoi sentimenti, nel suo modo di pensare e di agire, sono il gesto esteriore e l'atteggiamento interiore delle persone che lo circondano.
Fondamentale è anche un ambiente sicuro, amorevole e strutturato, in cui le attività possano realizzarsi in un contesto pieno di significato, in cui si possano stabilire buone abitudini di comportamento, quali la memoria, la devozione, l'ordine, l'ascolto e il godere del mondo naturale. A quest'età il gioco è un'attività seria e vitale; attraverso di esso si coltivano doti di creatività, immaginazione ed iniziativa. Particolare importanza viene inoltre data a tutte quelle attività ed esperienze che permettono ai bambini di sviluppare le proprie facoltà sensoriali, favorendo così una sana percezione di sé e del mondo circostante, qualità fondamentali per ogni futuro apprendimento.

Anche gli ultimi dati OCSE-PISA 2012 individuano nel ciclo pre-primario d’istruzione un’importanza fondamentale per il percorso scolastico successivo.
Nel 2012, in Italia il 4% degli studenti ha dichiarato di non aver frequentato il ciclo di istruzione pre-primario, rispetto ad una media OCSE del 7%. Nell’insieme dei Paesi dell’OCSE le iscrizioni nel ciclo d’istruzione pre-primario sono aumentare tra il 2003 e il 2012, mentre in Italia il numero delle iscrizioni è rimasto stabile. In Italia, come in molti altri Paesi gli studenti in difficoltà sono sovra rappresentati tra gli studenti che hanno dichiarato di non aver frequentato la scuola dell’infanzia per più di un anno.
Tra il 2003 e il 2012 in Italia come in Finlandia, Grecia, Islanda, Lussemburgo, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Spagna e Tailandia, la differenza nei risultati ottenuti in matematica tra studenti quindicenni che avevano frequentato la scuola dell’infanzia e studenti che non l’avevano frequentata, era cresciuta di oltre 25 punti.
 ( dal documento della CISL)
I SETTE PERCHE'  http://www.robertogilardi.it/index_htm_files/Domanda%20003.pdf
Qui un articolo interessante:

A scuola a cinque anni? I risultati peggiorano

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